Tag

, , , , , , ,

    Ero già con la valigia in mano, ma mica tanto per dire, no. Io proprio che la tenevo in mano la valigia mia. Ed ero contento ed eccitato. Dovevo andare a Parigi, il primo servizio importante: l’intervista a Ken Follett. Il mio capo con la febbre e a fargli l’intervista all’uomo dalla tastiera d’oro ci vado io. A Parigi. Due giorni. Volo business e alloggio tutto spesato al Ritz. Finalmente qualcosa inizia a girare.

     Infatti, lo so io cos’è che inizia a girare. Gira proprio tutto intorno a me e non solo quello che avete ben capito pure voi.

“Mezza calzetta, mettiti sereno. A Parigi non ci vai più tu. L’intervista è saltata. Bye bye, pezzo di fesso”.

     Questo mi dice Ciro D’Ontoriona, l’uomo più ignorante e becero di tutti i beceri ignoranti del globo nostro. Maledetto a lui. E sto qua, co’ la valigia mia in una mano e il cordless nell’altra, la faccia mia è il ritratto della deficienza.

    Quasi contemporaneamente, a Milano, quella merda di D’Ontoriona entra nell’ufficio dell’amministratore delegato del più importante gruppo editoriale europeo, gruppo editoriale che mi dà da mangiare anche se non mi fa andare a Parigi.

“D’Ontoriona dobbiamo fare un’intervista a Luccelli, la casa editrice è L’Arco D’Oro, la sede è a Portofino. L’abbiamo acquisita ieri, non vale un cazzo né la casa editrice e tantomeno quel Luccelli. Faremo in modo, ancora una volta, che entri nei primi dieci nelle classifiche di vendita. Mandaci Coriddi, vola”.

    A volte nella vita capita, certo è raro, che tu stai bello contento e poi t’arriva ‘na palata e dopo che ti sei preso la palata, torni di nuovo contento. E sì perché adesso quello schifo d’uomo di D’Ontoriona mi deve richiamare perché Coriddi, il mio capo, quel venduto da strapazzo che tiene quella rubrica di libri è malato. E chi lo sostituisce?, io.

“Mezza calzetta, devi andare a Portofino intervista urgente a tal Luccelli, vola”.

     Portofino non è Parigi, ma tu butta via. E così quella che doveva essere una giornata meravigliosa è poi diventata ‘na giornata dove pioveva forte forte tanta cacca ma adesso è tornato il sole. Ah, Portofino.

    Macché, la cacca a me mi segue. Già, perché quel Luccelli lo pubblica L’Arco D’Oro che ha la sede a Portofino ma ‘sto cesso sapete di dov’è, dove vive? A Potenza vive, maledizione, maledizione e maledizione. Da Parigi a Portofino a Potenza, un diluvio di merda, altrochè.

    Eccomi qua. A Potenza, pare che ‘sta Via Pretoria sia il cuore pulsante della Città. Sarà, a me pare proprio un po’ triste. Sembra una città fantasma. E aspetto il Luccelli e mentre sono qui che aspetto camminando lungo Via Pretoria sento qualcosa che mi piglia proprio alla bocca dello stomaco e pure al cervello.

    È un odore particolare, strano, sento come fiori freschi, una specie di primavera sul mare. Sì, ‘sto cazzo ho sbroccato, il cervello mio è in pappa. Uno viene a Potenza e sente odore di mare, che poi mi verrebbe da dire oceano. Già perché tu l’odore dell’oceano sai qual è no? Tipo allora oceano Indiano o Pacifico, così giusto per provare con una definizione un tantino più precisa. A bello, senti a me, tu ci hai l’esperienza dell’oceano Cacchifico, e basta.

    Questa lunga digressione con me stesso non m’ha però tolto dal naso st’odore così particolare di fiori freschi, frutta e legni, un’eleganza gentile, d’altri tempi.

“Mi scusi.”

‘na stanga con lunghi capelli ricci e magnetici occhi verdi mi guarda sorridendo.

“Mi perdoni, devo aprire”.

    E mica mi sposto, no. Evidentemente è deciso, il premio di coglione dell’anno non me lo toglie nessuno. La signora deve entrare in negozio, presumibilmente nel suo negozio. E so’ come un pilone dell’autostrada, fermo incorruttibile, non mi sposto e adesso Via Pretoria è come l’oceano in primavera al limitare d’un bosco fiorito e fruttato.

    Il mio cervello mi chiede “Compa’ ma che cazzo ti vai fumando?”.

     La signora mi guarda adesso alquanto interdetta “Si sente bene?” epperò non sorride più, e ti credo.

     Ormai so’ due minuti che mi parla si starà cominciando a fare delle domande.

“Scusi, è italiano?”.

     Già, poteva mica chiedermi scusi ma lei è proprio così cazzone?, si vede che tiene il gene del rispetto e dell’educazione e preferisce pensare che io sia straniero piuttosto che n’ebete preciso preciso.

    Il mio cervello m’ha suggerito giuste giuste tutte le cose da dire ma io mica le dico le cose che m’ha suggerito.

    Penso alle mimose e ai fiori d’arancio in riva all’oceano e ai legni del bosco. Scusa maledetto imbecille, stai in riva all’oceano e senti i frutti del bosco? Ci sarà anche a Potenza un centro d’igiene mentale, forse è ‘na roba passeggera.

    La signora adesso mi tocca il braccio poi saluta in modo molto affettuoso a uno. Uno ora mi dice “Salve, molto piacere sono Luciano Luccelli” e ci spostiamo consentendo alla signora di poter finalmente fare ingresso nel suo negozio.

“Dottor Luccelli, la sente anche lei questa brezza marina fruttata e fiorita?”.

     Il Luccelli è ovviamente molto meno educato della signora “Non si sente bene?”.

     Eccheccazzo se nel giro di cinque minuti in due ti chiedono se ti senti bene vuol proprio dire che tu bene non stai e potresti salvarti, per iniziare avresti potuto far credere d’essere muto, meglio muto che scemo “Non la sente lei, la pesca”.

    Luccelli si guarda intorno, vuole chiedere aiuto, ha capito che non sei muto ed ha la certezza che sei scemo. Preferisce pensare che sei scemo, no pazzo. Avrebbe paura. Eppoi, deve fare l’intervista, lui lo sa che ha scritto un libro che è una cacata pazzesca ma l’intervista la vuole fare perché sa che gli cambierà la vita. E tu invece adesso fai come i cani quando annusano l’aria, stai con la testa in alto e sniffi.

“Lei si droga?” Il mondo esterno ha perennemente bisogno delle sue certezze. Meglio drogato che scemo.

    Io invece sono consapevole della mia sanità mentale. Nel mio cervello non ci sono assessorati politici ne tecnici. Non c’è corruzione, semplicemente sono in una dimensione emozionale nuova e diversa. Sono in un non luogo in compagnia di due persone che però non condividono con me ciò che io ho appena postato. Il mio post è un mattino con i primi caldi raggi del sole, è un oceano al limitare d’un bosco ricolmo d’estratti preziosi, e parlo con i ciclamini e le mimose e la magnolie e ascolto la brezza che mi parla di legni odorosi e d’arancio e mi prendo le vellutate carezze della pesca.

E provo un’infinita tristezza per questo mediocre scrittore che non riesce a seguirmi in questo posto.

“Va meglio?”

Come cazzo ve lo devo dire che va benissimo. Che sto benissimo.

“Ma voi non lo sentite questo profumo?”

Adesso siamo nel negozio di questa signora, è una profumeria.

“Quale profumo, signore?”

“Ma come, questo…”

“Dice questo?” E così dicendomi, questa signora mi piazza sotto al naso mio il polso suo.

     E allora io proprio chiudo gli occhi. E me ne vado sott’acqua. E nuoto. E risalgo. E resto bagnato dalla primavera di Potenza e soffro al pensiero che il mondo pensa che so’ pazzo quando invece mica niente hanno capito di quello che si perdono.

“Sì, sì signora. È questo. Un profumo straordinario”.

“È vero ha ragione, è di Lorenzo Villoresi. Si chiama Iperborea”.

“Sia gentile, me ne dia tre confezioni. Ah, scusi, lei è sposata?”.

“No, ma …”

“Bene, andiamo prima a prendere un caffé”.

    E me la prendo sottobraccio e sono in barca a vela, veleggio in via Pretoria e Lucelli ci guarda che mo’ è lui preciso come a ‘nu scemo.

“Ma…e l’intervista?”

“Ascolti, faccia ’na cosa. Si compri Iperborea e vada a fanculo lei e l’intervista”.

E così mi so’ giocato il posto di lavoro.

Ma volete mettere la soddisfazione di mandare affanculo uno che se lo merita per poi andare in barca a vela in via Pretoria co’ gli America che cantano “Woman Tonight”.  Provate Iperborea di Lorenzo Villoresi e poi fatemi sapere.

                                         Luca Lancieri

                                         lucalancieri.blogspot.it

Annunci