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Profumi sconosciuti

Alcuni clienti mi chiedono cosa sono quegli strani, sconosciuti profumi che si trovano da noi. Li sentiamo sulle touches e spesso scappano via sconvolti, o ci rivolgiamo agli scaffali della profumeria industriale. Poi però se sono riuscita a fargliene indossare uno tra quelli che meno dispiacevano, non è raro che ritornino turbati, dicendo che “quella cosa” li ha intrigati, forse vorrebbero provarla di nuovo.

Questa volta le touches vengono assaporate con maggiore attenzione, con meno fretta di esprimere un giudizio nell’arco di 10 secondi. E dopo una o più prove non è raro che scoppi un’autentica storia d’amore con quella che viene definita la “Profumeria Artistica”, o “Profumeria d’Autore”, o ancora profumeria artigianale o infine profumeria di nicchia. Quest’ultima è una definizione che mi piace meno, si riferisce più ad un concetto di marketing che non al contenuto creativo di queste fragranze che è invece la loro caratteristica prima.

Ma cosa è la Profumeria Artistica?

È una profumeria di piccoli marchi, che puntando poco sul marketing ed investimenti pubblicitari, creano fragranze dalla spiccata personalità. Utilizzando le migliori materie prime a disposizione, molte essenze naturali, e le sintetiche (fondamentali nella palette di colori di un profumiere) sono usate in ragioni dei loro meriti creativi e non come sostituti poco costosi delle corrispettive essenze naturali. Ma soprattutto i Nasi Profumieri sono i veri creativi (e non il pannello marketing ed il suo valutatore), cui si riconoscono le competenze tecniche e creative, ed a cui viene assicurata ampia libertà, senza brief punitivi.

La profumeria industriale verso l’appiattimento e la ripetizione

Il 1° “J’accuse” fu lanciato negli anni ’70 da Edmond Roudnistka (un grande naso profumiere autore dei grandi classici Dior, cresciuto col “Metodo di Grasse” con una grande conoscenza delle materie prime, metodi di lavorazione, in grado di riconoscere l’assoluta del Gelsomino di Grasse, da quello Egiziano e quello Indiano). Denunciava che le grandi campagne pubblicitarie, i grandi lanci assorbivano tutte le risorse finanziarie lasciando ben poco budget al profumo stesso. Non solo, ma dati gli investimenti, i grandi gruppi non potevano permettersi di “sbagliare”. Di lì la cattiva abitudine di riproporre fragranze sempre eguali e di sottoporre ogni possibile fragranza ad un pannello di consumatori, gruppo eterogeneo di non esperti, che invariabilmente opta per quello che è più piatto, comune, conosciuto. Una spaventosa tendenza all’omogeneizzazione ed appiattimento necessari per conquistare una clientela globalizzata.

In passato i profumi erano creati per sbaragliare, per stupirci. Oggi per compiacere. Per il nostro naso è facile dire si a qualcosa che già conosciamo. Molto più difficile convincersi a provare qualcosa totalmente fuori dalle nostre corde.

Profumi come detersivi: senza carattere, che sappiano di pulito e piacciano a tutti

Vi è mai accaduto di sentire velocemente un profumo e trovarlo insopportabilmente forte o deciso o strano e poi… col tempo innamorarvene? Da ragazzina detestavo il N.5 di Chanel, oggi lo adoro (magari non lo porterei ogni giorno ed ovunque). Serve tempo per comprendere i grandi classici. Serve davvero “educare” quasi sintonizzare il naso ad un messaggio meno corale, più profondo, sicuramente di grande personalità. Un po’ come della musica meno commerciale si dice che occorra “farci l’orecchio”.

I grandi nasi di oggi, accusano le grandi industrie di trattare i profumi  come “detersivi”, devono piacere a tutti subito, in quei 5 secondi che normalmente il consumatore dedica all’ascolto di una mouillette. Il budget è tale da non consentire l’uso di materie prime importanti che danno corpo e carattere alle fragranze.  Il “brief” del marketing è più per un ingegnere molecolare che per un creativo: le note di testa dal Profumo X che ha venduto tantissimo la scorsa stagione, le note di cuore dal Profumo Y (perché i consumatori indicano la nota YZ come preferita), un pezzetto del profumo Abracadabra perché sulla touche  acchiappa più clienti nei primi 5 secondi….

L’ossessione con la velocità di scelta dei consumatori ha portato a creare fragranze che si sviluppano bene proprio in quei primi 5 MAX 10 secondi, che reagiscono bene sulla carta (e magari molto meno bene sulla pelle).

Un invito a “risintonizzare” il nostro olfatto alla ricerca del bello…

Fu così che alla fine degli anni ’70 nacquero alcuni marchi, o furono rilevati da autentici mecenati del profumo, che si ribellarono a questo stato di cose. Case che vogliono conservare i saperi e le competenze dei “creatori di profumi”, preservando persino alcuni antichi sistemi di lavorazione degli stessi. Jean LaPorte fondò nel 1976 L’Artisan Parfumeur, Sisley proponeva l’Eau de Campagne di Jean Claude Ellena, Creed, D’Orsay e Floris si riaffermavano con la loro lunga tradizione ed i loro saperi. Nascevano nuovi Nasi Profumieri e nuove case quali Lorenzo Villoresi, Annick Goutal, Czech & Speake.

Tutti assieme rivendicavano che il profumo è una creazione nata per evocare e condividere emozioni, non per ricercare un facile applauso. Un artista deve sempre offrirci una riflessione di cui ancora non siamo consapevoli, deve farci crescere con qualcosa che ancora non è in noi. Diversamente dai profumi “de la lessive” (profumi da bucato), le fragranze devono osare, ricorrere al meglio delle materie prime, richiedere competenze e grandi conoscenze tecniche, ma soprattutto regalarci profumi che hanno un’anima.

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