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Virgin Island Water

Prefazione

Fin da bambina sono sempre stata innamorata delle storie. Adesso, da grande (mi do un tono), resto egualmente affascinata da tutti quelli che sanno inventare, raccontare, scrivere storie. Essere uno “story-teller” è un’abilità innata, non acquisita e, peggio, non acquisibile. O lo sei o non lo sei. E se hai il talento dello story-teller saprai incantare facendo nascere storie da un qualsiasi pretesto, e non ci sarà lettore o “ascoltatore” che potrà mettere giù il racconto fino a storia chiusa. Ecco Luca Lancieri è uno storyteller per eccellenza perché le storie ce le ha dentro, in una personale biblioteca tra testa e cuore, e le tira fuori con naturalezza, ti incanta, ti prende e ti sconvolge perché non sai mai dove andrà a parare. Persino quando avendogli chiesto il dono di una storia su un profumo pensi che in fondo in fondo questa volta sai a quale porto vorrà approdare. Ed invece no, più leggi più non sai, più vuoi leggere … di più e da Potenza mi ritrovo sbalordita nel cuore di Londra.

Ti restano 18 mesi di vita, Goldrake a Londra

Sono un tuttologo, e posso permettermelo. Non mi sopporta nessuno, e ti credo. Della qual cosa, cioè che non mi sopporta nessuno, me ne sbatto altamente. Nemmeno chi mi frequenta mi sopporta. Perché chi non mi sopporta continui a frequentarmi resta tuttora un mistero irrisolto. D’altronde mo’ mi ronza nel cervello a Michael Jackson con We’re Almost There, e pur essendo un tuttologo ho da tempo smesso di cercare una spiegazione a tutto. Perché Michael Jackson hai voglia che ne ha cantata di roba, e allora perché questa?

Io invece non riesco a fare un elenco dettagliato delle cose che non sopporto, sono troppe.

Quelli che pensano di essere i miei amici mi chiamano Actarus, lo fanno pensando di farmi un piacere. Un modo come un altro di adularmi. Per inciso, ovviamente non sopporto essere adulato. Sul fatto che mi chiamano Actarus anche qui, me ne sbatto.

Ho cinquantatreanni e guardo in continuazione i cartoni di Goldrake, ecco perché Actarus. L’alabarda spaziale avrei voluto averla con me nello studio del Dottor Pelica, luminare oncologo, ovviamente meridionale, quando con la faccia del fondo schiena dei macachi m’ha detto “… al massimo diciotto mesi”.

Non sopporto gli stereotipi e i provincialismi. Non sopporto la sciatteria. Non sopporto la banalità. Non capisco perché i medici debbano indossare a carne quelle orribili tutine verdi peraltro con lo scollo a V dal quale scollo fuoriescono immancabilmente enormi ciuffi di peli arruffati, trovo che sia un’offesa senza pari al buon gusto. Il mio cervello adesso mi propone Got To Give It Up di Marvin Gaye ma i peli che escono dalle verdi tutine dei medici mi fanno schifo anche co’ Marvin Gaye in testa.

Quando sto nervoso, ovviamente sto spesso nervoso, vado in cerca di profumi. Il fatto è che voglio sentirli addosso agli altri, i profumi. Perché fondamentalmente avverto il bisogno di redimere tutta quest’umanità letamosa. La vera globalizzazione è l’indifferenza al bello. Circondati dalla sciatteria. Napo Orso Capo non lo fanno più. E io spero d’imbattermi in qualcuno con un profumo che mi porti altrove.

L’altrove dove mi trascina il luminare meridionale, Pelica, è indescrivibile. Non ho bisogno di nessuna giustificazione per non sopportare a Pelica. Tantomeno di aggravanti. Non è che lo tengo sul cazzo perché mi ha detto che devo morire. Lo sapevo da me, che devo morire. Magari è un po’ presto, tra diciotto mesi. Tant’è. Ma il profumo che usa il luminare. Perché? Chi glielo sceglie? Lo compra da solo? Glielo regala l’assistente vintage? E perché ne mette così tanto?

Non sopporto un cameriere maleducato e meno che meno chi tratta maleducatamente un cameriere. Insomma, non sopporto la maleducazione e sorvolo su quanto possa essere stupido trattare male chi prima o poi ti porterà del cibo che tu mangerai.

Non reggo le conversazioni, mi stanco. Mi annoio a morte a sentire parlare gli altri. Dicono solo scemenze. Il livello del mondo è basso. La gente è ignorante.

Fondamentalmente comunque, me ne sbatto.

Diciotto mesi, al massimo. ‘Sto Pelica. Avesse aggiunto un mi dispiace avrei potuto ucciderlo. Magari mentre gli affondavo il maglio rotante in mezzo agli occhi gli canticchiavo va’ distruggi il male va, e poi aggiungevo che sempre diciotto mesi in più di lui campavo. Ma invece quell’insulso dottorucolo peraltro munito di lenti senza montatura, come se vi fosse cosa più sciatta che indossare un paio d’anonimi occhiali senza la montatura, non ha aggiunto altro. Al massimo diciotto mesi. Un minimo d’imbarazzo. Poteva accennare un sorriso. O abbassare la testa. Macché, fiero come a Mel Gibson col gonnellino a scacchi e la mazza in mano mi ha guardato in faccia e mica ha spostato lo sguardo. Magari è tifoso della Juventus. Gli occhiali senza montatura. La segretaria vintage. E il profumo puzzante. Un arrogante trionfo di vetiver e sandalo e muschio come fusi in uno yogurt di pessima fattura e scaduto da tempo. Peraltro lasciato pure in frigorifero. E senza coperchio.

Come si fa a essere tifosi della Juventus, che assoluta uniformità di mancanza di stile.

Diciotto mesi, al massimo. E quasi stavo per chiedergli scusa. Scusami grande luminare juventino se ti firmo un assegno di diecimila euro per sentirmi dire che mi restano diciotto mesi di vita. Al massimo. E provo tristezza per il mio assegno che adesso è stretto dalle mani che puzzano di yougurt andato a male che lo passano alle unghie col french fluo della segretaria vintage.

E, chiedo scusa, tipo quel al massimo come lo interpreto, che magari possono essere diciassette? O forse quindici? Magari invece è meno di un anno, e chi può dirlo? Al massimo.

Magari il papà di Actarus una medicina ce l’ha per questo coso che tengo dentro. Magari, e magari, e magari.

Va, distruggi il male, va …

        In effetti, anche gli ottimisti non sopporto. Forse perché gli ottimisti hanno sempre quel sorrisetto idiota sopra alla faccia.

Perché ti compri la smart. Perché fumi il sigaro. Perché parli di giustizia sociale se non hai mai lavorato in tutta la tua vita. Perché usi i calzini bianchi senza essere Michael Jackson.

Al massimo, come lo quantifichi. Al massimo, di certo vuol dire che oltre i diciotto mesi non ci vai. Questo vuol senz’altro dire al massimo. E’ sicuro.

Non puoi fare progetti mentre tutti fanno progetti. E più so’ cretini, più fanno progetti. E tutti i progetti progettati dai più cretini hanno assolutamente successo.

Il cretino è un kamikaze che spara stupidaggini. Epperò sopravvive, che razza di kamikaze è. Piuttosto è un assassino. Il cretino sopravvive mentre a te, al massimo, restano diciotto mesi.

Che poi, non è vero. Perché ne sono già passati tredici, di mesi.

Per cui ne restano cinque, al massimo.

E non sopporto tutte queste visite di cortesia, gli sguardi contriti. Tutti sanno, sembra che tengono tutti un calendario appeso in fronte con i mesi già passati. Perché quelli a venire e mica si può, si parla di un al massimo, perciò.

E tutti si autocelebrano. Tutti postano. Mi hanno aggiunto in trentacinque l’altro giorno, e in ventisette ieri mentre oggi ho già quarantuno richieste d’amicizia. Su feisbuc.

Ora, pur a prescindere l’imprescindibile ovvero per poco non andavi a sbattere di muso contro uno dei ventisette che ti ha aggiunto ieri ma non vi siete manco salutati, ma dico come si fa ad essere così, proprio così? Brindi con lo sciambagnino in un tristissimo lido afoso e posti la tua bella foto ovviamente fatta col telefonino per guardartela compiaciuto sul tuo computer. Ho gli amici su feisbuc, mi dici. Ma che ti prenda un crampo al culo.

Io penso invece al massimo.

Non sopporto le crociere, è per questo che forse quasi quasi ne faccio una. Una di quelle internazionali. Se non altro non dovrei imbattermi in qualche juventino. Ma quelli so’ dappertutto. Magari ne faccio una di quelle che durano mesi tipo quattro, al massimo.

Va, distruggi il male va …

         Gli ostinati. Quelli che s’innervosiscono. Perché ostinarsi ad ingelosirsi quando si vede la propria ex con un altro. Non vi hanno insegnato a regalare i vostri vecchi giocattoli ai meno fortunati?

Mi fanno schifo troppe cose, e allora tutto sommato chi se ne frega. Al massimo, quattro mesi.

I morti sentono i profumi? Sono gelosi? Sono curiosi? Possono essere scostumati, i morti? Portano con sé la loro arroganza? Può un morto continuare ad essere tirchio? Percepisce la bellezza, un morto? Da morto potrò ancora avere nel cervello Bob Marley e Marvin Gaye e Elton John e Stevie Wonder e Quincy Jones e Ron Matlock e gli Spinners e David Sylvian e John Coltrane e Miles Davis e Herbie Hancock e i Prefab Sprout e David Bowie e Mick Jagger e Bruce Springsteen e l’iris, la rosa, la vaniglia, il pepe nero e il cocco e guarderò un Cezanne, Rembrandt, Chagall?

Perché?

E perché me lo doveva dire ‘sto Pelica?

E perché, se non sopporto nessuno, se tutti puzzano, se tutti sono corrotti, se il male non prende mai un giorno di riposo, se l’ovvio e la banalità trionfano supportati dall’ingiustizia, perché non voglio morire?

Al massimo, ‘sto cazzo.

Chi davvero va per mare, ci va a vela.

Come saprò chi vincerà la prossima Champions League? D’accordo, di sicuro non la Juventus ma vorrei saperlo lo stesso. Non dico che voglio vedere la finale, non ce la faccio più a guardare le partite anche senza audio.

Se odio Pelica, perché ogni momento della giornata è scandito dalla sua voce “… al massimo, diciotto mesi”. Tin Man degli America, I Can’t Tell You Why degli Eagles, Too Much Lovemakin’ di Gloria Scott e Pelica che mi canta la fine.

Va, distuggi il male va … Actarus, suggerimenti?

E se rifanno Napo Orso Capo, lo saprò?

Perché fino a prima d’incontrare Pelica ‘sti pensieri non ce li avevo?

E se sopravvivo oltre? Se vado oltre i diciotto mesi, vuol dire che so’ salvo?

L’odore d’un gran bordeaux, il suo sapore. La camicia bianca e le scarpe bicolori, lo sci d’acqua e il silenzioso volteggiare del deltaplano. Gli Adirondack in autunno. L’oceano in inverno. L’estate sulle dolomiti e la primavera a Venezia. Ad occhi chiusi sul divano. Sarà così, da morto?

Stayin Alive dei Bee Gees, e già.

E così, per aver voluto troppo non avrò più nulla? Aver sempre e sempre rifiutato l’amore perché volevo di più e allora alla fine di questo si tratta, il più è sempre meno quando non nulla?

Al massimo, e da solo.

Circondato dagli odori più squallidi, e Dio?

T’incontrerò, Dio? Come funziona, viene James Mason con la grisaglia fumo di Londra e c’incamminiamo sulle soffici nuvole bianche anche se io non suono il piffero e non somiglio affatto a Warren Beatty?

E potrò aspettare Pelica, sopra alle nuvole, con una roncola in mano?

E che faccio, parto o aspetto qui?

Questa sensazione di disagio, mai provata prima, a cos’è dovuta?

E’ un odore, non una puzza. Eppure sono circondato da gente, e come potrebbe essere altrimenti. A Londra di gente ce n’è assai, ma assai. Almeno ieri mi so’ andato a vedere gli Stones. Mick è salito sul palco con una giacca a fondo nero con enormi disegni cachemire in oro. E ballava, e cantava, e tiene settantanni, lui. Per lui niente al massimo.

Al bar del Savoy c’è una rossa che mi fissa. Gli scostumati stanno dappertutto, magari è italiana ed è tifosa della Juve. Ma è bella come Friends di Ennio Morricone. Le sue gambe fanno pensare alle dune di sabbia di quel posto in Brasile, la riserva naturale, come cazzo si chiama, che confusione, mi gira la testa, sento il cocco, e vedo n’onda enorme arrivare da dietro al divano cremisi, e come c’è arrivata l’onda al Savoy, l’ylang-ylang e l’iris, e gli occhi verdi della tipa, no sono grigi, sono fessure di luce azzurra, no sono celesti, e continuano a fissarmi, e adesso nevica sull’onda ma io suono il basso con gli Chic che cantano Good Times ma qua di good non ci può proprio essere niente perché ‘sto casino nel cervello forse vuol dire che al massimo è adesso, infatti le mani della scostumata fissatrice juventina si poggiano sulle mie e sono fresche come le salviette dell’aereo quando te le portano per rinfrescarti al momento dell’atterraggio ma la verità è che tutti si cacano sotto  e sembrano fresche perché tu stai sudando come a Bonolis e ora non sento più l’umanità puzzolente, forse al Savoy l’umanità non puzza o perlomeno non usa profumi sbagliati, e sarebbe magari il caso di mettere qualche punto, ma ho paura che è tipo come nei film quando ti dicono non mi lasciare, tieni duro, stai sveglio, non addormentarti, e non posso addormentarmi perché queste che mi stringono, ve lo giuro, sono le più belle mani della storia di tutte le belle mani e tengono lo smalto trasparente e non hanno il french né quei cazzi di colori fluo, e sono morbide e sono, forse so’ le mani di Dio che dice che è amore, e allora magari Dio è femmina ma come posso mai chiederci di fare all’amore io a Dio, e il profumo, e il vestito, e la scollatura, e non ha il reggiseno, però non le si vedono i capezzoli, e i capelli sono, e mi gira la testa, adesso torna l’onda, ma è n’onda di fiori, una enorme onda, uno tsunami di gardenie, ho paura, mi poggia le labbra carnose porpora e umide sulla fronte, chissà che ha bevuto, tiene il sapore del lime, voglio gridare di girarsi, stiamo per essere travolti dallo tsunami di gardenie, come può una persona così bella essere tifosa della Juve? Attenta …

“Si sente meglio, adesso?” I’m So Glad That I’m A Woman cantano le Love Unlimited mentre Pelica con i suoi peli e la montatura assente mi dicono al massimo, e apro gli occhi e c’è la scostumata. Che è di una bellezza inguardabile, perché tutte le rosse hanno una cascata di capelli ricci che non sono ricci, perché?

“Sono morto?” Lo so, è ‘na domanda da coglione e da film di serie b, ma questo m’è venuto.

“Oh, no. Direi di no. E’ svenuto”. La riccia rossa scostumata.

“E’ italiana?”

“Sì, anche lei allora”. Altro che, molto peggio. Io so’ di Potenza.

“Sì, sono italiano. Decisamente”. E non fissarla, non la fissare.

Pelica, vieni qua. Dove sei, Pelica. Maledetto. O è colpa tua Dio? Adesso? Perché?  Il premio di produzione prima della morte, gli Stones il Savoy l’amore e poi mi fai morire? Quando la smetterai, Dio, di giocare con le vite nostre?

Va, distruggi il male va …

Non voglio morire adesso. Voglio che mi prolungate il massimo. Voglio sapere come si chiama la rossariccia. Voglio sapere se è tifosa della Juve. Voglio sapere dove vive.

E ora ricordo, il profumo. E’ stato il profumo. E’ il suo profumo, quello che sento anche adesso.

“Il suo profumo…”.

“Prego?”

“Sono svenuto per via del suo profumo”.

“Oh, pare di no. Sembra piuttosto che lei sia svenuto per colpa di alcuni farmaci particolarmente tossici. Questo è quello che sostiene il medico. E le assicuro che il medico è molto bravo”. E mi uccide con un sorriso fatto di tutta la dolcezza della terra.

“Posso parlare con il medico?”

“Prego”.

“E’ lei?”

“Sì, ma stia tranquillo non c’è bisogno che si spogli”. Maledetto Pelica, è pure simpatica. Maledetto Pelica.

“Ascolti, io sono molto malato. Mi restano pochi giorni di vita e …”

Sono steso su uno dei divani di uno dei bar del Savoy, a Londra. La rossariccia adesso si china su di me, il suo nero tubino di seta sfiora ora i miei peli del petto, e io non ho mai pregato, manco per non morire ho pregato però adesso prego, e perciò Gesù, Manitù, Giove, Budda gli alberi della terra o tutti i cieli di tutti gli universi che ci stanno, vi prego, non fatemi sudare, non fatemi fare figure di merda, fatemi sembrare intelligente, affascinante, ironico e prestante, mandatemi una app mo’ stesso, e mandatemela pure co’ tutti gli aggiornamenti …

“Prima di morire, devo chiederle una cosa”. Le divinità non m’hanno mandato nessuna app, ovviamente!

Mi hanno portato in ospedale, a Londra. Non voglio mortificare le nostre strutture. La rossariccia si chiama Filomena, è di Avigliano. Ha trovato lavoro a Londra. Da noi manco a parlarne. Ve la faccio breve. Pelica è un coglione ma non perché si scopa l’assistente vintage o tieni i pelazzi che gli escono dalla tutina o perché usa un profumo che non è un profumo. Pelica è un coglione perché è un incompetente.

Pelica s’è sbagliato. Ha confuso la mia cartella con quella di un altro. Però stava uccidendomi lo stesso con la cura che m’ha dato per curarmi da un qualcosa che non andava curato. E penso a quello con la mia cartella clinica. E penso che l’umanità è bella.

Per cui Pelica è un coglione ma io manco ci vado, da Pelica.

Perché Filomena s’è innamorata di me, e io sono andato a vivere a Londra.

Ogni tre mesi torniamo a Potenza, anche se a Potenza non abbiamo più nessuno.

O meglio, non è vero. Noi a Potenza abbiamo Roberta.

Sì perché io non credo in Dio, mi sa che manco credo nell’amore. Forse Pelica aveva ragione. Forse Filomena quel giorno al bar aspettava qualcun altro.

A me piace pensare che la vita me l’ha salvata il profumo di Filomena, che se anche vive a Londra torna a Potenza per comprarsi il profumo, da Roberta.

“Devo chiederle una cosa …”. E si avvicina sempre di più e il profumo è qualcosa di magnifico.

“Dimmi, bello. Chiedi pure” E le sue labbra sono quasi le mie.

“Che profumo è?”

“Virgin Island Water di Creed, disgraziato. Credevo volessi chiedermi di baciarti, ora lo farò io ma in futuro per fare all’amore con me dovrai chiederlo, e chiederlo, e chiederlo …”.

E io bacio Filomena perché, come tutti i tuttologi,  io della vita non ho capito un cazzo. Se è tifosa della Juventus, ce lo chiedo dopo …

Luca Lancieri

lucalancieri.blogspot.it

Postfazione

E ci crederete che due giorni dopo il racconto è passata in profumeria una cliente lucana di nascita che vive a Londra ed ogni estate passa da me a ritirare i suoi prodotti preferiti che lì nella capitale cosmopolita per eccellenza dove c’è di tutto di più, non riesce a trovare? (o me lo dice solo per estremo affetto e carineria? ogni tanto il dubbio mi viene). Di questo Luca non sa nulla. Ma il dono di uno storyteller è anche di saper “inventare il reale”, quel che esiste, e per questo anche il paradossale e l’estremo ci appaiono così intimi e familiari.

Come ringraziare Luca di questo nuovo dono? Davvero non so, ma, noi lettori, auguriamoci di tutto cuore, che anche questo racconto finisca in un prossimo terzo libro. 

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